6 febbraio 2012

Vecchio scarpone

Vecchio Paese insofferente al freddo, paralizzato al cospetto di qualche centimetro di neve, osservi i tuoi comuni e le tue frazioni neanche troppo remote come se fossero arti congelati di cui hai perso il controllo;

Vecchio Paese incontinente, incapace di trattenere piogge modeste al cospetto delle quali lasci che i fiumi ti straripino addosso e che i costoni franino come capelli troppo stanchi per rimanere aggrappati al capo;

Vecchio Paese scosso da un Parkinson registrato dai simografi, dal quale non vuoi, né puoi, né provi più a difenderti;
Vecchio Paese che esponi le tue piaghe da decubito, le opere che non sei in grado di completare, i cantieri fermi che non riesci a sbloccare, le case che stenti a ricostruire;

Vecchio Paese raggrinzito per tutta l'estensione del tuo corpo dalle rughe del crimine e della corruzione;
Vecchio Paese dalla vista flebile, fatichi a far chiarezza in un presente offuscato da omertà e malafede;
Vecchio Paese affetto da Alzheimer, hai rimosso il ricordo del tuo recente passato, accettando che tutto ciò che è accaduto sia opinabile, che ogni verità storica sia rivedibile, che ogni certezza processuale diventi discutibile;

Vecchio Paese ipocondriaco, sospetti di avere tutti i mali del pianeta, senza più riconoscere quelli che realmente ti affligono e - al tempo stesso - vecchio Paese indolente, restìo alle cure, in fondo speranzoso che il Tempo ti guarisca facendo il suo corso;

Vecchio Paese che nascondi sotto il letto il catetere dei tuoi rifiuti, in attesa dell'infermiera che venga a svuotarlo;

Vecchio Paese che deambuli stancamente per il reparto, aggrappandoti alla stampella delle nuove generazioni, della quale - in fondo - faresti volentieri a meno;

Vecchio Paese mio,
non vorrei esserti vicino quando metterai fine a questa agonia.