30 maggio 2011

Novità

Luigi, detto Gigione, 32 anni, postazione 46.
Per 700€ al mese si fa carico della scarsa qualità del servizio dell'azienda e degli insulti dei clienti inferociti; qualità che - peraltro - non sarà mai migliorata, essendo più conveniente rimpolpare il call center di decine di povericristi istruiti a fare da frangiflutti contro la mareggiata.

Dopo i primi mesi l'attenzione e la disponibilità all'ascolto di Luigi calano bruscamente.
Durante le telefonate tamburella con la matita sull'orribile banchetto.
A volte sbuffa perfino a microfono aperto.
Allunga la pausa caffè a dismisura sorseggiando lentamente, tirando pianissimo dalla sigaretta.
Ieri ha perfino buttato il calendario che aveva appeso, perché la vista di tutti quei giorni a venire gli dava ansia, gli faceva venire le palpitazioni.

Oggi però c'è una novità: Lorenza, postazione 42.
Nella sua borsa porta le stesse identiche incertezze, preoccupazioni e paure.
Lei però tiene la borsa chiusa e la voce bassa.
Ogni tanto sorride, di un bianco che sa di Nuovo.

Se l'open space fosse una scacchiera - e per molti versi lo è - Luigi la raggiungerebbe usando il Cavallo.
Invece stasera proverà ad arrivare da lei con la Multipla di sua mamma...

25 maggio 2011

Volevo l'aranciata

Anche se durante BimBumBam fanno le reclàm della Fanta e della Sprait e della Sevenapp, a me mi piace di più l'Aranciatafaito.
Ma non soltanto perchè ci lavora papà.
Mi piace proprio di più perchè, pure se c'ha meno bollicine, in quelle altre sento di più il gusto di lattina.
L'Aranciatafaito invece la vendono nel vetro.

Il sabato sera papà esce di casa, mentre noi con mamma apparecchiamo la tavola.
Poi risale con le pizze fumanti, che si sente l'odore quando ancora sta nel portone.
A me e a Titina ci porta due mignòn con sopra le patatine e ci apre un'Aranciatafaito a testa.
Invece per lui, mamma e Catello, che è mio fratello più grande, prende le margherite.
Poi riempie la brocca fino a metà con il vino di Gragnano e ci versa dentro la Gassosafaito.

A me e a Titina dice di non berne, perchè siamo ancora piccoli.
Però una volta ne ho bevuto un poco di nascosto e mi è piaciuto tantissimo.
Allora l'ho dato pure a Rocky, il mio cane, che è stato male tutta la notte.

L'anno scorso la maestra ci portò in visita allo stabilimento.
Il direttore ci spiegò un sacco di cose e ci fece vedere tutti i macchinari.
Poi si fermò davanti al cartello "Area di imbottigliamento", vicino a papà che stava col camice e controllava tutte le bottiglie che uscivano.
Allora il direttore disse a papà "Gaetà, gliela diamo un'aranciata a sti guagliuni, che hanno faticato tutto il giorno?"
E papà si mise a ridere, prese delle bottiglie aperte da sopra al nastro e ce le diede.

A me da grande mi piacerebbe fare il lavoro di papà.


La Faito Sorgenti Minerali S.p.A.,
che negli anni più floridi contava oltre duecento dipendenti,
è fallita nel 1995,
a seguito di ripetuti incendi di natura dolosa ad opera di ignoti.

A distanza di tre lustri lo stabilimento,
"adibito" nel frattempo a ritrovo per tossicodipendenti,
conserva intatte le macerie carbonizzate,
come monito silente ed enormemente persuasivo
nei confronti di chi avesse la sciagurata idea
di provare a fare impresa da queste parti

20 maggio 2011

Cambio di voto

Appena superata la curva dopo il passaggio a livello, nella penombra, la vespa che lo precede si mette di traverso per la strada.
Quello seduto dietro scende.
Con una mano toglie il casco integrale, scoprendo degli occhi senza emozioni che non c'entrano niente con i lineamenti da bambino.
Con una pistola nell'altra mano punta attraverso il parabrezza il petto del sindaco.

La macchina che segue inchioda facendo urlare le gomme sull'asfalto.
Si accendono gli abbaglianti, si spalancano le portiere posteriori: scendono due uomini e quattro mitra.

Il bambino in piedi davanti alla macchina e la sua pistola fissano il sindaco per il tempo sufficiente a fargli capire cosa stia accadendo, per fargli riavvolgere il nastro fino all'ultimo comizio della recente campagna elettorale.

"Un popolo che accetta di prestarsi a logiche clientelari, a raccomandazioni e a favori politici in cambio di voti è un popolo così intimamente convinto della propria mediocrità, così impantanato nella sua condizione di sudditanza da essersi dimenticato completamente della propria Sovranità e dei propri inalienabili Diritti.

Ma noi non siamo quel popolo...

NOI NON SIAMO QUEL POPOLO!"

Poi urla, applausi e sventolìo di bandiere.

Il bambino intuisce il luccichio negli occhi del sindaco, aspetta ancora due o tre secondi e poi spara.
Esplode il parabrezza, è trapassata la cintura di sicurezza, il corpo, il sedile.

Il tempo di vedere la fascia tricolore preferire il rosso al bianco e al verde, poi quelli col mitra completano l'opera.



In memoria di Angelo Vassallo.

13 maggio 2011

CinCin

Cinquanta euro per sei ore della tua vita vestito come un pinguino - si signore, no signora, prego signora, il bagno è di là.
Preparati i tavoli, apparecchiato il buffet, scarrozzati vassoi di tartine dentro e fuori da quel girone dantesco, quell'apoteosi di fiamme, vapori ed odori in cui si è trasformata la cucina dell'albergo, che ti aspetti che al prossimo giro lo chef abbia le corna ed il forcone di Belzebù.

I piatti per i bambini al tavolo Aragosta, mentre alcuni di loro giocano alla reception con l'animatrice e altri si sono seduti vicino ai propri genitori, ingolfando spazi, sottraendo sedie, spostando posate e bicchieri.
Le famiglie di lui e di lei che conversano amabilmente, fingendo di ignorare il caos che imperversa.

Sudatissimo che la camicia è saldata alla schiena - il solo gilet di raso a salvaguardare un barlume di decoro - versi lo spumante agli sposi per l'ennesima foto.
Genio di un fotografo che vuole lui e lei in controluce al tramonto e una cascata di spumante che deborda dai bicchieri,  simbolo di abbondanza secondo lui (secondo te qualcuno dopo dovrà lavare a terra).

Lei nè bella nè brutta, che è strano per una sposa.
Ricca senz'altro, a pelle diresti antipatica.
Lui stesso anno di liceo, poco studio e promozioni risicate, "...tanto alla fine mica farà l'astronauta: quello rileva l'albergo del padre..."

Ti distrai un istante e lo spumante finisce dritto per terra.
Il fotografo ti urla contro mentre lui, con irritante gentilezza, ti dice:
"Lo so che è una giornataccia, ma lei ci tiene tanto alle foto..."
Il sole è un disco di fuoco che incendia sui lombi.

Ancora il fotografo: "Basta versare, facciamo un bel brindisi...."

Ti ho visto girarti, furtivamente sputare in un calice.

"...e adesso giù, tutto di un sorso: viva gli sposi!!!"

9 maggio 2011

Fredastèr

Nè Domiziana, nè asse mediano, nè stivali di vernice, nè puzza di copertoni stasera per Renato, in arte Silvana, per tutti Fredastèr.
Solo il suono delle claquettes sul pavimento sporco e graffiato del pub "Nine" di Lagopatria.
Che il nome del pub sia un omaggio al bistrattato Antonio de Olivera Filho detto "Careca", attaccante del Napoli degli scudetti, Fredastèr non vuole metterselo in testa: per lui è "Nine" come il musical con Nicole Kidman e Sofia Loren.

Tip-Tap.
Fredastèr si avvicina verso il minuscolo palco, una specie di nicchia in fondo al locale dove non si capisce bene se l'artista vada ad esibirsi o a nascondersi.
Tip-Tap.
Dal bancone le urla di 'on Antonio attraverso il locale semivuoto:
"Se si scippa il pavimento ti faccio travestire io... da muratore te faccio vestì..."
Tip-Tap.
'on Antonio che adesso maldice il momento in cui - metà per pietà umana e metà per paura di essere sputtanato con la moglie - ha acconsentito all'esibizione.

Sul palchetto non c'è sipario, c'è solo un faretto fisso collegato ad un interruttore.
Click.


If you're blue and you don't know where to go to why don't you go where fashion sits Puttin' on the Ritz

Balla, Fredastèr.
Balla per chi stanotte batte al posto tuo.
Balla per le ucraine minorenni e per i vecchi travestiti napoletani.
Balla per i disperati che vengono di notte a cercarvi.
Balla per le loro famiglie abbandonate davanti alla tv.
Balla su quelli che scopano e poi ti buttano fuori dalla macchina senza pagare.
Balla sui SUV ingombranti e e sfavillanti dei papponi.
Balla per i sieropositivi: per quelli che non sanno ancora di esserlo, per quelli che preferiscono non saperlo.

Balla Fredastèr.
Balla come se fosse Broadway, come se ci fosse Don Lurio in platea, pure se è solo Lagopatria e chi è rimasto nel locale è ubriaco marcio.

TipTap.

7 maggio 2011

Ecco fatto

Alle due di notte a via Argine non ci sono più neanche le puttane: restano - soli come segnaposto del Monopoli - copertoni mezzo attizzati dai quali esala una sottile ma densa scia di fumo.
I lampioni arancioni a quest'ora servono soltanto a illuminare le zoccole enormi che si tuffano nelle cataste di monnezza ai lati della strada. Alle macchine che raramente passano, puntandogli addosso i fari allo xeon, i ratti rispondono con sguardi feroci, rimanendo eretti sulle zampe di dietro, per chiarire a chi appartiene quella monnezza, quella strada, quella misera frazione di universo.

Totò cammina a passo svelto nella luce arancione, con gli occhi rossi che reclamano il sonno bruscamente interrotto.
Nonostante non si sia ancora abituato ai nuovi orari, è felice di alzarsi a quell'ora, di aprire la serranda provando a non fare rumore, di aspettare il padrone del forno preparando l'impasto, di sentire che l'aria, con il fare del giorno, si profuma di pane.

In direzione opposta a Totò viene Yassin.
Torna da Sant'Anastasia, dalla festa della Madonna, spingendo un carrozzino che deborda di calzini, mutande e maglie della salute.
Yassin guarda la buffa ombra di quell'accrocco gonfiarsi e ritirarsi nel passare dal cono di luce di un lampione all'altro, con un espressione che su di un altro volto sarebbe neutra, ma sulla sua faccia da figliodizoccola pare quasi un sorriso.

Yassin scorge Totò da lontano.
Non è difficile, sono gli unici su quel pezzo di strada.
Inspira ed espira più a fondo mentre involontariamente ripensa alla notte in cui aggredirono suo cugino Samir, lì vicino, lasciandolo in fin di vita sul marciapiede.
Lo rivede con il volto sfigurato e col corpo tumefatto, mentre prova a scappare dal pronto soccorso per evitare il rimpatrio.
Allora infila una mano in tasca, cercando come un rosario il coltello a serramanico che da quel giorno porta sempre con se.
"Tranquillo, non servirà", si ripete.

Nonostante il sonno, pure Totò vede Yassin.
E nota pure il gesto brusco di staccare la mano dal carrozzino e portarla in tasca.
Di riflesso pensa ai cinquanta euro che stringe nel pugno, caparra per l'acquisto di medicinali alla mamma il giorno seguente.
Tira su la zip del giubbotto, afferra il cappello dalla visiera calcandoselo in testa ed aumenta il passo.

Distano ormai pochi metri.
Si incroceranno sotto il cavalcavia, al buio.
Se l'altro ha cattive intenzioni, rallentare o cambiare lato della strada adesso vuol dire tirarselo addosso.

Yassin si sposta verso il bordo del marciapiede e accellera, una mano sul carrozzino e l'altra in tasca a rigirarsi il coltello.
Totò si tiene all'interno tanto quanto i cumuli di monnezza gli consentono.

Sotto il cavalcavia c'è una vecchia lavatrice, così Totò fa per rientrare.
E, proprio sotto il cavalcavia, il bordo del marciapiede è sbeccato: il carrozzino sussulta, sfugge al controllo di Yassin e si mette di traverso.

Mentre Totò prova a pensare al da farsi, si accorge di flettere le gambe, di piegarsi in avanti, di spingere con tutta la sua forza, di volare a testa bassa verso il volto di Yassin.
Yassin registra prima la sorpresa per quella reazione, poi la potenza del colpo ricevuto e infine il dolore del setto nasale spezzato.
Nel cadere all'indietro vede il logo degli Yankees sul cappello di Totò imbrattato del suo sangue.
Intanto il coltello gli si apre, salta fuori dalla tasca e, guidato dal suo braccio teso, disegna in un lampo argentato un semicerchio che si conclude proprio in corrispondenza della giugulare di Totò.

L'ultima cosa che Yassin vede prima di impattare violentemente il suolo e svenire è il fiotto di sangue che zampilla dal collo di Totò, la bestemmia che gli si dipinge sulla bocca senza avere il tempo di proferirla, il suo afflosciarsi al suolo come un palloncino bucato.

Ecco fatto.